Ciao, sono Najla, sono arrivata in Italia nel 2005 con la mia famiglia e ho scoperto subito lo sport. Grazie allo sport sono riuscita a integrarmi a scuola, in particolare con le corse campestri. Ho vinto la mia prima gara in prima media e i miei compagni hanno iniziato ad abbracciarmi, e lì mi sono sentita voluta bene. Da lì ho detto: voglio aggrapparmi allo sport. Poi ho iniziato a fare atletica, ho iniziato a fare calcio, anche perché in Libia le donne non potevano fare sport.
Oggi lavoro grazie allo sport: lavoro sia nelle scuole come educatrice, sia come coach di running con i gruppi. Cerco di dare quello che è stato dato a me in passato.
Un consiglio che vorrei dare a un fratello o a una sorella minore è quello di fidarsi delle persone. Quando arriviamo in Italia, all’inizio abbiamo davanti solo delle persone come l’educatore, l’assistente, e bisogna cercare di dare un briciolo di fiducia a queste persone. Io personalmente l’ho fatto attraverso lo sport, perché queste persone mi hanno portato a fare sport e ho detto: “Ok, mi fido della mia educatrice e provo a fare questo sport”, anche se in quel momento non era lo sport di cui avevo bisogno. Io avevo bisogno di lavorare, ma attraverso lo sport oggi riesco a lavorare.
Chi arriva nel nostro percorso incontra davanti a sé un sacco di problemi e un sacco di difficoltà. Io personalmente ne ho incontrati davvero tanti. Quello che ho cercato di fare è non abbattermi, ma usare tutti questi problemi per fare la storia. Spesso le storie più interessanti sono quelle dove succedono tante cose, e non sempre belle. Quindi ho detto: “Ok, io voglio far sì che la mia storia diventi una storia”, e da lì ho cercato di vedere sempre il lato positivo.
Quando ti trovi dentro non è facile, e lo so benissimo, però cerchiamo veramente di dare un senso a tutto quello che facciamo, perché già venire in Italia è fare qualcosa, è fare la storia.
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